letteratura materana

Ritratto di felcol

TEMA: 

DUE MONDI PARALLELI

Per millenni il maschio è stato dominante, la femmina è stata la schiava o comunque la dominata, la remissiva, il soggetto di secondo ordine. La Natura ha differenziato il sesso maschile da quello femminile? Ciò è vero, se si pensa che per la procreazione e la conservazione della specie i due sessi distinti sono indispensabili e complementari. Ma è solo sul piano genetico e biologico.
Invece sul piano antropologico e culturale, sul piano morale e sociale le cose stanno davvero diversamente. Il dominio del maschio, il maschilismo, infatti, è solo frutto di cultura, di mentalità, di sistema sociale, dunque di pregiudizi, di prevaricazione, di opportunità.
Generalmente, nel corso della storia umana, l’uomo doveva lavorare e assicurare la sopravvivenza della famiglia, deputata alla procreazione delle nuove generazioni umane, e la donna alla cura dei figli e del marito e alla conduzione del menage familiare. In alcune epoche e in alcune società la donna ha dovuto anche impiegare le proprie braccia e contribuire alla produzione del reddito familiare. Ciò particolarmente nelle società contadine.
Dopo due secoli di rivendicazioni femministe, di progressiva industrializzazione e di modificazioni di costumi e mentalità, di emancipazione sociale e di sviluppo delle scienze umane e di quelle tecnologiche ed economiche, il maschilismo sembra essersi attenuato. In verità, spesso è solo apparenza. Basti pensare alle differenze di trattamento fra lavoratore e lavoratrice quanto a reddito e a realizzazione personale e di carriera, alla distinzione arbitraria dei ruoli in seno alla famiglia, ai femminicidii e alla violenza su donne e bambini, ecc.
La mentalità maschilista, insomma, ancora oggi stenta a morire, o comunque a modificarsi. E c’è solo un modo per conseguire il traguardo della parità effetiva. L’azione va svolta primariamente nella famiglia, in sintonia con gli altri istituti sociali,in primis scuola e aggregazioni di vario genere.
E di ciò sono pienamente convinti due compagni di liceo, Sabrina e Marco, che non solo simpatizzano fra loro, ma si sentono attratti anche sul piano sentimentale e
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fisico. Sono persuasi che la loro storia d’amore è solo agli inizi. I loro propositi sono fermi.
Terminati gli studi universitari, contano di metter su famiglia e di armonizzare le esigenze lavorative con quelle familiari ed educative nei confronti dei figli, attesi almeno in due.
In fatto di educazione, sono fermamente decisi a porre le fondamenta di una crescita di mentalità, di atteggiamenti e di abitudini indifferenziata tra maschietto e femminuccia, il futuro uomo e la futura donna.
Già da fidanzati, e, più ancora, da novelli sposi pongono ogni cura nello svolgere gli stessi compiti in casa e fuori casa. Certo le differenze di temperamento si svelano a mano a mano. Emotiva e iperattiva lei, razionale e lento all’azione lui.
Così la coppia si rende conto che in parallelo agiscono sia le differenze biologiche di sesso sia le diversità di temperamento. Ne consegue che l’elemento “cultura” è quel campo in cui deve svolgersi l’armonizzazione di modifiche degli atteggiamenti e dei propositi di realizzazione, progressivamente, della parità fra i sessi, considerata come traguardo finale tra adulti.
Parimenti, la strutturazione “culturale” di crescita del maschietto e della femminuccia si deve attuare attraverso l’imitazione degli adulti e la successiva identificazione ora con l’uno ora con l’altro modello familiare e adulto in genere, per approdare poi, nel corso dell’adolescenza, all’identificazione con miti e soggetti sociali.
La giovinezza e la progressiva maturazione della personalità saranno, infine, il banco di prova della mentalità maturata in fatto di parità di sesso e rispetto reciproco, in contrapposizione ai pregiudizi e agli atteggiamenti negativi ereditati dalla tradizione plurimillenaria.
Faticosamente e pazientemente, facendo leva sul solido amore coniugale, Sabrina e Marco affrontano il tirocinio di parificazione sul piano delle modifiche “culturali” della loro maturazione personale, avvenuta in ambiente familiare, scolastico, amicale, lavorativo e sociale in genere.

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Talora riaffiora, inconsapevolmente, il “maschilismo” di Marco e la tendenza alla “remissività” tipicamente femminile di Sabrina. E’ sempre il reciproco amore e il proposito di una educazione al passo coi tempi rivolta alla futura prole che li spinge a superare i momenti di crisi e di involontaria regressione verso gli stereotipi dell’educazione ricevuta dentro e fuori della famiglia di origene.
Intanto, in preda ad una incontenibile emozione, Sabrina un bel giorno abbracciò d’impeto il marito e gli sussurrò all’orecchio che già da una settimana non le venivano le mestruazioni, cosa mai successa prima. Lei era sicura di essere rimasta incinta.
Di lì a qualche settimana il test acquistato in farmacia risultò positivo. Festeggiarono l’evento nella più completa intimità, entrambi in preda alla felicità che solo due sposini conoscono appieno.
La successiva visita ginecologica confermò che Sabrina era inequivocabilmente in gestazione e così poterono partecipare alle proprie famiglie d’origine la lieta notizia.
Dopo i primi mesi si accertarono che Sabrina portava in grembo un maschietto, gradito tanto quanto sarebbe stata una femminuccia.
E dopo appena un anno e mezzo circa la famigliola vide venire alla luce l’attesa sorellina di Matteo, ch’egli volle fosse chiamata Lucia.
Nei primi tre anni di Matteo, i due coniugi misero in atto i loro propositi di far crescere i piccolini in una atmosfera familiare adeguata alla indifferenziazione di sesso. Marito e moglie posero tutta l’attenzione possibile a che i figli cogliessero l’identità di padre e madre e lo scambio continuo dei ruoli nella cura della casa e dei figli.
Così Matteo e Lucia presero ad imitare e ad identificarsi indifferentemente col padre o con la madre, anche quando Matteo cominciò a frequentare la scuola dell’infanzia, seguito dopo qualche anno da Lucia.
Nei tre anni di prescolarità i due bimbi manifestarono i loro diversi temperamenti, certo, ma nel contempo la stessa vivacità, intraprendenza, creatività.

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I genitori posero ogni cura nell’agevolare la crescita dei figli e la loro libertà di atteggiamenti e di azioni, con la medesima indulgenza quando opportuna, sia verso il maschietto che verso la femminuccia. Ciò al fine di prevenire la cosiddetta “remissività femminile” da parte di Lucia e la “dominanza” tipicamente maschile da parte di Matteo.
Sì che, quando Lucia, dopo i tre anni, cominciò a frequentare la scuola dell’infanzia, mise in evidenza sin da subito la sua forza e la sua fermezza nei confronti anche dei maschietti, che non disdegnarono mai la sua compagnia nei giochi perchè non la ritenevano inferiore solo perché di sesso femminile.
La bambina finì così per coinvolgere e proteggere le compagne, a beneficio della crescita armonica di entrambi i sessi, fondata sulla parità.
Il che destò meraviglia nelle menti delle maestre, ancora imbevute dei pregiudizi culturali dell’educazione ricevuta in famiglia, a scuola e nella società di appartenenza. Cominciarono a chiedersi se fosse giusto continuare a mostrarsi più indulgenti verso la vivacità e l’aggressività dei maschietti e più esigenti e repressive verso quelle delle femminucce.
E quando notarono che l’occasionale presenza degli uomini era gradita tanto ai maschi quanto alle femmine, si scambiarono opinioni sull’opportunità che fossero ammessi all’insegnamento anche nelle scuole dell’infanzia docenti di sesso maschile, anche al fine di riprodurre nell’ambiente scolastico l’esperienza della coppia familiare, onde facilitare anche l’imitazione e l’identificazione con adulti di sesso differente, come prima e ancora adesso col padre e con la madre.
E man mano si resero conto che occorreva una seria innovazione negli ordinamenti della scuola materna e primaria, onde superare gi stereotipi cristallizzati dalla tradizione culturale e dalla società ancora tipizzata dalla mentalità maschilista, retaggio evidente della concezione “patriarcale” imperante da millenni.
Nelle more di una legislazione innovativa e quindi di una revisione radicale della didattica, più rispondente ai progressi delle scienze umane e particolarmente della pedagogia, le maestre introdussero nuove pratiche di insegnamento nelle relazioni docente-discente e nei rapporti tra alunni di sesso diverso, liete di
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contribuire concretamente all’emancipazione delle femminucce, al superamento della sudditanza femminile nei confronti del cosddetto “sesso forte”, al ridimensionamento della presunta “superiorità maschile”. Anziché represse e relegate nello stereotipo del “remissivismo femminile”, le bambine in tal modo cominciarono il loro lento cammino della parificazione sessuale, della liberazione dalle strettoie del ruolo prestabilito dalla “cultura” tradizionale di future donne “ a servizio degli altri”, in primis del padre, dei fratelli, del marito, del datore di lavoro o del collega.
Moglie, madre sì, come vuole la biologia e la trasmissione della specie umana, ma soprattutto individuo libero e indipendente, ricco di autostima, capace di realizzazione personale e professionale.
Così i femminicidii non avrebbero più ragion d’essere e gli uomini avrebbero più rispetto per le donne e le loro esigenze di realizzazione piena della loro personalità.
Tra le concrete attività parificanti, le maestre introdussero l’assegnazione degli stessi ruoli a maschietti e a femminucce, in particolare nei compiti attribuiti nella vita di classe-comunità di individui, quali quelli di capoclasse, capofila, mansioni gregarie di messa in ordine di materiali, pulizia, assistenza e difesa dei più deboli, servizio di mensa e sparecchiatura, ecc.
Analoghe iniziative le maestre assunsero nelle attività specificamente didattiche e nei giochi di ricreazione.
Così scomparvero le abituali distinzioni tra lavori e giochi maschili e lavori e giochi femminili, e i bambini via via si sentirono capaci in pari misura di affrontare le difficoltà intellettuali e fisiche, in relazione ai loro differenti temperamenti, al loro sviluppo psico-fisico, alle loro innate forze vitali e inclinazioni.
Non più maschi forti , vivaci e aggressivi, femmine deboli, remissive e piagnucolose.
Negli anni successivi le maestre di scuola elementare e i docenti di scuola media si trovarono così di fronte ad un terreno fertile e assodato per impartire il loro insegnamento ad alunne ed alunni egualmente intelligenti, vivaci, attivi, intraprendenti, liberi, creativi.
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I due coniugi furono felici di constatare come il loro stile educativo concorde finiva con coincidere con quello messo in atto dai docenti, maschi o femmine che fossero.
Il loro lavoro divenne più delicato allorchè, in piena preadolescenza, fecero capolino i primi sintomi della pubertà e le prime manifestazioni di attrazione sentimentale e fisica fra i due sessi. Dovettero perciò affrontare con molta prudenza e discrezione il tema dell’amicizia, dell’amore e dei rapporti sessuali, del reciproco rispetto e comprensione, del progetto di vita in coppia e quant’altro.
Furono abbastanza evidenti le differenziazioni individuali in fatto di maturità, la naturale precocità delle femmine e la maggior lentezza dei maschi, il disappunto di questi ultimi, in alcuni casi, nel constatare come le ragazze verso cui nutrivano sentimenti d’amore manifestassero all’improvviso attrazione ed entusiasmo verso ragazzi più grandi o giovanotti. Le prime cotte! Spesso le prime delusioni!
L’educazione ricevuta e la libertà di espressione e di azione cui erano abituati, indifferentemente, maschi e femmine fece sì che non venne mai meno il rispetto per le scelte e i ripensamenti altrui in fatto di sentimenti e di attrazione fisica.
Fu allora che genitori ed educatori si misero da parte, lasciando liberi i propri figli ed educandi di proseguire nel loro cammino di maturazione personale intellettuale, sentimentale e sessuale e del loro progetto di vita futura.
E Lucia e Matteo furono sempre grati a genitori ed educatori e fecero sempre per sé e per gli adulti che li avevano curati scelte responsabili e soddisfacenti.

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