Letteratura di Matera "Città dei Sassi"

Ritratto di colonna felice

TEMA: 

CENA   DI   RENTREE

 

Un vedovo malato di solitudine fa un viaggio a ritroso con la memoria e passa in rassegna gioie e dolori, soprattutto quelli procurati dai suoi stessi errori.

Su di uno si sofferma sovente e lo racconta ai colleghi pensionati una sera, a cena di rentrèe.

“ Eravamo prossimi alla laurea, io già insegnavo da supplente, lei era provvisoriamente impiegata in una sede provinciale INPS.

Ci eravamo conosciuti mentre eravamo in attesa del nostro turno ad un esame universitario. Capita a tanti.

Vanessa era stata riservata, ma oltremodo gentile.

-      Di dove sei? Quanti esami ti mancano, se non sono indiscreto?-

Furono le prime domande che le rivolsi, per rompere il ghiaccio e scivolare pian piano sul confidenziale.

In effetti, poiché mi piaceva, andava crescendo la mia curiosità                                   di sapere di lei, della sua famiglia e dei suoi orientamenti di vita affettiva e sentimentale.

Su quest’ultimo aspetto evitò volutamente – così mi parve –  di parlare, tanto che cominciai a intuire che stava uscendo da una  storia dolorosa, come tante, e preferiva cancellarla dalla memoria.

Ciò mi diede coraggio e mi fece sperare alquanto.

Risoluto, la cercai nei giorni seguenti e la incrociai strategicamente mentre tornava dall’Ateneo a casa a passo sostenuto. Sembrò lieta di rivedermi e perciò la incalzai con domande sempre più dirette sulla sua vita sentimentale. Confermò l’intuizione che avevo avuta.

Subito ne approfittai confessandole che mi piaceva molto e che desideravo approfondire l’amicizia.

-      Non mi dispiacerebbe – rispose – anche perché sembra che abbiamo parecchie cose in comune, a cominciare dal corso di laurea che frequentiamo -.

Ci furono altre occasioni d’incontro, e l’amore sbocciò naturalmente per entrambi.

Dopo la parentesi degli esami, tornò a casa e al lavoro di impiegata.

Soffrimmo per la lontananza e ci consolammo solo attraverso un intenso scambio epistolare.

Eravamo ormai fidanzati a tutti gli effetti e le nostre famiglie ne ven-

nero a conoscenza e ne furono felici, non solo perché eravamo innamorati l’un dell’altra, ma anche perché avevamo innegabili affinità di sentimenti e di gusti, anche per via del corso di laurea in comune.

Ma la separazione fisica cominciava a pesare, tanto che una sera di luglio – lo ricordo come fosse ieri -, in preda a una voglia incontenibile di rivederla, entrai in una cabina telefonica e le dissi di botto che non resistevo più e che intendevo prendere il primo treno per raggiungerla.

Mi prelevò dalla stazione centrale e mi ospitò a casa sua, col consenso della famiglia, che fu lieta di conoscermi di persona e di verificare la serietà delle mie intenzioni nei confronti di Vanessa.

Furono tutti gentili : i genitori, le sorelle, il fratellino e la nonna. Il pic-

colino, in particolare, mi prese in simpatia e stette spesso alle mie costole.

Apprezzai la città capoluogo, i dintorni e soprattutto la spiaggia dalla bianca arena.

Vanessa ed io cercammo naturalmente, e non ci mancarono, lunghi momenti di privacy, ci baciammo a sazietà; quando possibile, andai oltre, in preda al desiderio di lei : esplorai, baciai e succhiai i suoi profumati capezzoli e altro ancora.

Lei cercava di contenere i miei assalti, anche perché non c’erano mai le condizioni per godere di un rapporto completo. Erano altri tempi! Il pudore femminile era forte, tenace la volontà di resistere e rinviare alla luna di miele l’intimità completa dei rapporti d’amore. Io smaniavo, ma non potevo farci nulla. Del resto, data l’età, non ci voleva molto per raggiungere l’orgasmo maschile.

Furono comunque i giorni più belli trascorsi insieme.

In seguito, c’incontrammo nella sede universitaria.

Eravamo sempre innamorati.

Finchè il tarlo della gelosia da parte mia non intervenne a rompere l’armonia. Da quando lei mi aveva confessato che, in passato, aveva avuto una relazione non breve con un collega d’ufficio, cominciai a fantasticare e a rodermi dentro. Immaginai tante cose, che forse nemmeno c’erano state fra loro.

Pur amandola, non sopportavo l’idea che fosse appartenuta ad un altro.

Piano piano finii col diventare un vigliacco e mi proposi, quasi per vendicarmi, di lasciarla in tronco e non farmi più vedere e sentire.

Attuai il piano quasi diabolico e di lì a poco cercai un’adolescente che non avesse avuto altre relazioni amorose.

Vanessa non mi cercò né mi scrisse, mi restituì per posta le poche cose che le avevo regalato senza scrivere una parola di accompagno.

Capii che l’avevo offesa profondamente e ch’era molto dignitosa.

Più tardi, capii anche che non meritava la mia vigliaccata, anche perché s’era aperta del tutto e non mi aveva nascosto nulla.

Ora, ormai più che maturo, tornando col ricordo a lei, provo finanche rimorso. La rimpiango, comunque, per la sua estrema dolcezza e il suo dignitoso comportamento.

Avrei voluto chiederle scusa e perdono, l’ho cercata sugli elenchi delle città ove presumevo potesse vivere da nubile o da sposata, ma non l’ho ritrovata.

Ora mi resta l’amarezza della colpa e una struggente nostalgìa” .

 

 

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A parlare della sua metamorfosi è Tommaso :

“ Da giovane non facevo che pensare narcisisticamente al mio corpo, e a quello delle donne; ebbi molte esperienze amorose, fin che non mi accorsi che ciò che conta è l’anima di una donna, magari bella, sola capace di dare all’uomo pace e vera gioia.

Avevo la fidanzata di turno, quando ad inizio d’anno scolastico entrò a far parte della nostra scuola Fernanda, una collega di Lettere di altra regione, in graduatoria nella nostra provincia.

Dolce, timida e riservata, ma affabile nelle occasionali conversazioni, specie tra colleghe.

Presto risultò simpatica quasi a tutti. La ignoravano i soliti soggetti boriosi o schivi, che fanno finta di non accorgersi dei nuovi arrivati, inclini a rapporti solo formali coi compagni di lavoro.

Fernanda entrò presto anche nelle mie simpatie, mi piaceva tanto la sua delicata femminilità ed era di mio gusto, piacevolmente tondeggiante e di una bellezza semplice, acqua e sapone. Anche la sua voce mi piaceva, perciò mi trattenevo volentieri a conversare con lei del più e del meno, specie di scuola, essendo io un collega più anziano ed esperto.

Ma le colleghe sposate non perdevano occasione per sequestrarla e prevenire che anche lei divenisse, prima o poi, una mia preda di caccia. Certo, nell’ambiente, non godevo di buona fama, agli occhi di tutti apparivo come un vanesio dongiovanni, tutto fuorchè affidabile nei rapporti amorosi. Simpatico, ma da tenere a distanza dalle colleghe nubili e serie.

Passarono dei mesi, durante i quali non mostrai che stima e rispetto nei confronti di Fernanda.

Tutti lo notarono, ma qualche signora più perspicace intuì ch’io stavo cambiando, sotto l’influsso benefico di Fernanda, e cominciò a scrutarmi, sospettando ch’io mi stessi innamorando della giovane collega.

La più legata a Fernanda, Caterina, s’era accorta che anche lei provava simpatia e attrazione verso di me, perciò cominciava a preoccuparsi – si vedeva bene -. Un giorno tagliò corto con me : - Ma tu sei ancora fidanzato con quella ragazza appariscente con cui ti abbiamo visto tante volte? -.

-      E’ una relazione che si va esaurendo, specie da parte mia. Sto diventando serio, sai? Senza accorgermene, mi sono innamorato di un’altra, per ora non posso dirti di chi…o forse l’hai già capito. Se sono rose, fioriranno, non credi? Ma io sono orgoglioso, do tempo al tempo, voglio essere sicuro che anche lei mi pensa e non mi opporrà un rifiuto. Sai, la mia reputazione non è delle migliori e temo di non apparire affidabile ai suoi occhi, Caterina-.

-      Certo, anch’io sarei molto prudente e ci penserei mille volte prima di accettare il tuo amore. Fai bene ad aspettare e soprattutto a dimostrare che sei cambiato, dongiovanni da strapazzo. Se così sarà, se potrò farlo, ti darò volentieri una mano a mettere una buona parola a tuo vantaggio -.

L’occasione giusta si presentò dopo qualche mese : un viaggio d’istruzione cui avevamo aderito come accompagnatori anche Caterina,

Fernanda ed io. Nei primi due giorni fummo tutti occupati, noi docenti, a far da balia ai ragazzi, eccitati come al solito, di giorno e di notte. La terza notte crollarono, sì che la nostra sorveglianza si limitò a qualche ora.

Caterina, esausta, andò presto a letto. Fernanda ed io, ormai soli, passeggiammo un po’ per i corridoi del piano, anche perché l’avevamo promesso a Caterina di far la ronda anche per i suoi alunni.

Di tanto in tanto sostavamo. Guardavo allora frontalmente la donna che ormai amavo, lei si sforzava di sostenere il mio sguardo innamorato : aveva gli occhi lucidi, per me era buon segno e perciò non riuscii a trattenermi dal confessarle apertamente il mio amore.

Arrossì maggiormente, ma taceva.

-      Perché non mi dici qualcosa, Fernanda?  Non tenermi sulle spine, ti prego -.

Allora lei : - Stupido, non hai ancora capito che sono anch’io cotta di te?-.

Non frapposi indugio : la baciai.

Poco dopo, certo per timore che mi accendessi ulteriormente, mi diede la buonanotte e andò a dormire anche lei.

Dopo alcuni mesi, nemmeno a un anno di distanza, diventò mia moglie.

Ora che i nostri figli sono sistemati o comunque più grandi, continuiamo a vivere felici di stare ancora insieme come due innamorati che si comprendono e si aiutano a vicenda, in ogni circostanza. Anzi, siamo già nonni e adoriamo il nostro nipotino. “.

 

 

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- Ora tocca a te, Grazia, di raccontarci il tuo curioso caso di donna                               forte e, in fondo, un po’ superficiale – non ti offendere – chè solo a te è capitato di sposarti più volte, dopo aver seppellito il marito di turno.

Grazia, davvero non sai stare sola o non sai rinunziare alla vita sessuale?- ovviamente scherzo, simpaticona -.

- Beh! Ogni tanto ve la prendete la pizzicata, non è vero? La vita sessuale non è certo il solo motivo per cui mi sono risposata più di una volta e non è vero ch’io cancello persino il ricordo degli uomini precedenti. La pura verità è che non so stare senza un compagno, anche perché non ho mai avuto figli.

I ricordi più belli sono connessi al mio primo matrimonio. Ero ancora molto giovane quando conobbi e, dopo qualche anno, sposai Filippo, il mio primo marito, che ancora adesso rimpiango più degli altri.

Il nostro fu un amore intenso, come succede a tutti, credo, la prima volta. Con lui conobbi tutti i segreti e le dolcezze dell’amore. Ero pazza di lui, lui lo era di me. Non solo la passione travolgente, l’attrazione fisica, ci univa, ma anche la comunione delle anime, la perfetta intesa e la complicità, il reciproco forte bisogno della vicinanza e della compagnia.

Uno stupido incidente stradale gli strappò la vita a lui e il cuore  a me. Per mesi stetti malissimo e piombai in una depressione profonda. A stento mi salvarono i miei parenti, facendomi tornare alla normalità della vita e del lavoro.

Riesplose, dopo un anno o poco più, il mio bisogno di vita sentimentale e sessuale. Anche la speranza di avere un figlio mio m’indusse, dopo due anni dalla morte di Filippo, ad allacciare una relazione stabile con un collega di lavoro e, poi, a risposarmi.

Figli non ne vennero, invano li aspettammo per molti anni. Per delicatezza, non facemmo neppure accertamenti. Giorgio era comunque premuroso e mi fu sempre fedele compagno.

Ma un infarto gli stroncò la vita, di quelli fulminanti che uccidono uomini ancora relativamente giovani.

Ormai ero vaccinata contro il dolore per la scomparsa di un proprio caro.

Ormai ero diventata fatalista e perciò rimasi rassegnata e indifferente all’amore fino all’inizio della terza età.

Fu alle Terme di Montecatini che incontrai l’attuale compagno, Antonio, anche lui vedovo, oppresso dalla solitudine.

Mi ha voluto e mi vuole bene, io ricambio tuttora il suo affetto, anche se devo frenare ormai i suoi assalti amorosi e le sue strane voglie.

Questa volta spero davvero di trascorrere insieme a lui gli ultimi anni di vita e di trapassare contemporaneamente su altro pianeta!

Come vedete, siete ingiusti a considerarmi un po’ superficiale.  Avrei voluto vedere voi al mio posto, sola e senza figli più di una volta! -.

 

 

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-         Davvero diverso il tuo destino! Vero, Ilaria? – le viene chiesto.

-      Sì, un amore profondo, unico, intramontabile per Giulio. Perfetta fusione di anime, che dura anche oltre la morte di mio marito, nella cura quotidiana dei ricordi e nei sogni della notte. Oh, non prendetemi in giro! Non solo nei primissimi tempi, infatti, mi capitava di sognarlo, ma anche dopo.

Questo mi ha aiutata a lenire il dolore della perdita e a costruirmi quasi una corazza contro la sofferenza. Di giorno, spesso mi capitava di sentirlo vivo e di dialogare con lui, specie quando avevo bisogno di compagnia, di sollievo contro le avversità del vivere quotidiano, di consiglio e di aiuto nei momenti di scelte necessarie o inderogabili.

Avevo una figlia da allevare e da guidare nella vita e nello studio.

Evitavo di coinvolgerla nel mio dolore, di farle pesare la mancanza del padre.

M’industriavo, come potevo, di farle dimenticare la tragedia e facevo con lei progetti per il suo futuro di vita e di lavoro. Anche perché adolescente, lei apprezzava la mia fedeltà alla memoria del padre, che adorava, e la mia doppia funzione di madre e di padre. Cercavo di non farle mancare nulla, perché si sentisse uguale alle altre.

Piangevo in silenzio e di nascosto da lei. Spesso dovevo fare appello a tutte le mie forze, per sembrare serena ai suoi occhi e non turbare i suoi momenti di gioia spensierata o di studio tranquillo.

Favorivo l’amicizia coi coetanei e il suo coinvolgimento nelle iniziative scolastiche e del suo gruppo di amici e amiche.

Ero felice quando lei lo era.

Mia figlia Eva si è diplomata, poi laureata.

Oggi è felicemente sposata e ha partorito di recente un bel maschietto che ha chiamato Giulio, d’accordo col marito.

Poiché lavora anche lei, l’aiuto moltissimo nella cura del pargoletto, che ora è tutta la mia gioia e il mio conforto.

Ho raggiunto la tranquillità di una madre e nonna pensionata e continuo a vivere per la mia famiglia.

Quando non sono indaffarata, penso ancora al mio Giulio, ai momenti belli della nostra non lunga convivenza, alle sue carezze, alle sue parole d’amore, ai suoi slanci di passione.

Questi ricordi sono come l’alimento della mia anima e continuano a farmi compagnia nei momenti di solitudine e di tristezza.

Sarò un caso singolare come pochi altri, ma non ho mai sentito il bisogno di rimpiazzarlo -.

In coro, le colleghe : - Ci hai commosse come non mai! -.

 

 

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-         E tu, Fedele, separato , tuo malgrado, davvero non hai avuto più alcuna relazione dopo il divorzio? -.

-      Una nuova fiammata , in verità, c’è stata. Visto che siamo in clima di sincerità, mi accingo a narrarvela.

Con un pretesto cercai di riallacciare un’antica amicizia e rinverdire la simpatia che ci avena uniti spontaneamente.

Lavoravamo nello stesso ambiente, c’era tra noi stima e una naturale confidenza.

Nei non molti anni di lavoro in collaborazione, non cessai di subire il suo fascino e la piacevolezza di conversazione con lei.

Pian piano mi resi conto che non erano solo sentimenti di ammirazione e di simpatia nei suoi confronti. Da parte mia, almeno, era qualcosa di più.

Anzi, provavo gelosia, se la vedevo a confabulare con qualche altro uomo.

Un giorno ho preso il coraggio a due mani e le ho dichiarato il mio amore.

Dapprima è apparsa titubante, perché c’era differenza notevole di età tra noi.

Quando ha capito che l’amavo davvero e non avrei mai rinunziato a lei a meno che non avessimo interrotto l’amicizia, ha scandagliato la sua anima e ha ammesso di provare qualcosa di serio per me.

Per svariate ragioni che non sto qui a raccontarvi, anche perché sono involontarie, da un bel po’ conviviamo e siamo felici di amarci intensamente-.

-      Siamo contenti per te, Fedele, perché per un uomo è  abbastanza difficile vivere da solo e badare a tutto in casa-. Questo fu il commento specie delle donne.

 

 

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-         Tu, Silvana, te la senti di raccontare quante te ne fece il tuo mediconzolo per farti decidere  a separarti da lui anni fa? -.

-      Certo, non mi è mai capitato di confidarlo se non a qualche parente o amica intima. Ma ora è passato tanto tempo e non soffrirei più ad esporre anche a voi colleghi gli eventi principali.

Avevo appena diciassette anni quando mi arresi alla corte di quel bellimbusto di mio marito, ch’era ancora studente di medicina allora ed io liceale prossima alla maturità. Che dire? Eravamo entrambi innamorati a tal punto che ci sposammo prima ancora ch’io mi laureassi.

Nacquero due figli, come certo alcuni di voi sanno, e subito dopo la laurea cominciai a insegnare. Erano tempi d’oro allora!

Per sette, otto anni andò tutto liscio e, per mia fortuna, mia madre mi aiutò moltissimo quando i bambini erano ancora piccoli e, anche dopo, quando furono in età scolare.

Lui mostrava di adorare i figli, ma per via del lavoro di medico non riusciva a dedicare loro molto tempo, almeno quel tanto che tutti i papà si sforzano di riservare ai figli in tenera età.

Il lavoro di scuola, il menage della casa e la cura dei figli, compiti che, come ho detto, giocoforza dividevo con mia madre, anche se lei viveva da vedova di lungo tempo a casa sua.

Mio marito continuò a darmi manifestazioni di affetto ed io le ricambiavo.

Poi i rapporti si raffreddarono, non tanto da parte mia ch’ero ancora giovanissima, quanto da parte sua.

Cominciò a rodermi il tarlo del sospetto. I soliti primi sintomi : - Sono stanco … E’ stata una giornataccia…- e così via.

Un’amica che aveva saputo per caso mi aprì gli occhi, prendendo alla larga il discorso. Io che, come ho detto, già sospettavo qualcosa, intuii immediatamente e volli sapere con chi mi tradiva mio marito.

-      Pare che non sia una sola ed è da un bel po’ di tempo…- L’amica non mi disse altro.

Con lui diventai glaciale, ma non lo aggredii né gli dissi nulla. Aspettai che mi chiedesse spiegazioni sul mio repentino e totale cambiamento d’umore.

Di lì ad alcuni giorni lo fece.

-      E me lo chiedi! – gli risposi con ferocia. – Chiedilo alle tue puttanelle! –

Capì l’antifona e andò via con una scusa.

Qualche giorno dopo riaprì il difficile dialogo ; - Sai, non c’è niente di serio. Sei tu la donna della mia vita, mia moglie, la madre dei miei figli. Non sono il primo uomo cui è capitata qualche… esperienza involontaria. Torno sempre a casa, no? Non faccio mancare nulla alla mia famiglia…-.

-      Zitto, stupido vanesio! Mi hai ferito mortalmente, mi hai spenta dentro. Non ho alcuna intenzione di dividerti con altre! Solo per amore dei miei figli, non ti caccio via, per ora…

Nei giorni seguenti gli mostrai in tutti i modi la mia freddezza e l’odio che covavo dentro, anzi il disprezzo.

A stento riuscivo a nascondere a mia madre e ai miei figli la mia rabbia e il mio rancore verso mio marito.

Il mio comportamento glaciale e risentito durò per mesi.

Le occasioni di scontro verbale, anche feroce, non mancarono.

I bambini cominciarono a intuire; mia madre lo aveva capito da tempo e ne soffriva in silenzio, ma per il bene della famiglia e per i radicati valori che la ispiravano come donna di vecchio stampo, quando mi vedeva più calma cercava di farmi ragionare e capire ch’era meglio ch’io perdonassi a mio marito le sue malefatte…,forse il sereno sarebbe tornato.

L’ascoltavo e avrei tanto voluto evitarle ulteriore sì grande dolore. Ma proprio quando stavo lì lì per rassegnarmi all’umiliazione subìta e per perdonare a mio marito i suoi tradimenti, le altre poche occasioni di scambio di parole fra me e lui mi facevano di nuovo ribollire il sangue nelle vene e a volte commettere gesti inconsulti.

Finì col dirmi che non ne poteva più, che ci teneva alla sua libertà e che non ci credeva più alla sacralità del matrimonio e della famiglia come istituzioni.

Queste ed altre stupide parole mi fecero irretire e mi spinsero a decisioni estreme.

Lo cacciai di casa e lui non si oppose.

Chiesi la separazione legale.

Fu allora che lui a poco a poco divenne per me un estraneo, anzi un nemico e un freddo calcolatore dei suoi interessi economici.

Ne ho sofferto tanto, ma più ancora mia madre, che forse è morta dopo alcuni anni anche di crepacuore.

 

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-         Sono le 23 e trenta, ma dobbiamo finire il giro – disse quello fra noi che chiamiamo da sempre “ il perfezionista “, per la sua manìa di voler portare a termine un lavoro o una conversazione. – Tocca a te, vecchio decano della nostra scuola-.

-      Lo farò malvolentieri, per la delicatezza di quanto sto per dirvi e perché la storia non è ancora finita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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