Letteratura di Matera "Città dei Sassi"

Ritratto di colonna felice

TEMA: 

RIMEMBRANZE  DI  UN  SETTUAGENARIO

 

 

 

Sono trascorsi tanti, tanti anni, ma di tanto in tanto riaffiorano        nella memoria vicende e volti, che sembravano del tutto dimenticati. E’

come se, senza volerlo, si ripresentassero pezzi dell’intero film della

propria vita e si provasse un dolce rimpianto di persone e fatti che

non torneranno più, ma che riprendono tutti i connotati della realtà,                                       tale    è la loro vivezza nella mente umana.

Certo, anche tristi ricordi riaffiorano, ma l’età adulta si sforza di cancellarli, perché hanno fatto soffrire e il dolore la mente cerca di rimuoverlo. Al contrario, volti che si sono amati, e magari tanto, quando si riaffacciano, aprono il cuore e lo inteneriscono.

Come tanti fotogrammi, si susseguono nella mente e si rivivono con particolare compiacimento. Il primo incontro, il primo bacio dell’adolescente o della giovane o della donna amata rispunta per primo e subito inonda il cuore di dolcezza.

 

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Il volto della ragazza amata, nel periodo della scuola media lei, e del ginnasio io, mi riporta alla prima vera infatuazione, al bisogno di rivederla ogni giorno e magari di baciarla, anche solo sulle gote e sulle mani.

Un’estate ricordo in modo particolare : tutte le sere ero lì a passeggiare su via San Giorgio, sia che la vedessi affacciata al muretto del giardino di casa sua, in compagnia di qualche sorellina – più spesso di quella che fungeva da latrice di missive reciproche; sia che fosse di fronte o a breve distanza per istrada.

Poiché quella strada per Altamura era sufficientemente frequentata, quasi sempre io e gli amici intimi, inseparabili ogni giorno, passeggiavamo o sostavamo ai bordi e persino nel campo adiacente, ove allora ci facevamo abbuffate di fave novelle o andavamo a caccia di lucciole – paesaggio assai diverso oggi che è tutto cementato e asfaltato.

Carmen amava i fiori e talvolta accompagnava la missiva di risposta a un mio scritto, sempre appassionato, con una pensèe profumata. Che diluvio di parole in quelle lettere – almeno da parte mia!

La rottura non voluta né dal mio cuore né, forse, dal suo provocò una ferita profonda e insanabile a vita, come ho accennato in una mia lirica

contenuta nel mio primo canzoniere ( Le rose della Pieria ) edito da Albatros- Viterbo nel 2010.

Di lei ora so che vive ancora – grazie a Dio per lei e per me – ed ha tre figli. Come sarà mutata “ ab illa “! Chi sa se la riconoscerei!

 

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I primi veri baci appassionati – credo di ricordare – li ho dati e ricevuti dalla timida Mary, quando l’accompagnavo verso casa, in una strada quasi sempre deserta alle spalle di un mulino. Mi piaceva accarezzare la sua pelle vellutata e colorita del viso e delle mani. Oh, le care mani! – avrebbe detto G. D’Annunzio soprattutto di “ Barbarella “.

Raramente mi concedeva di esplorare il suo petto e baciarle i seni. Com’era remissiva e taciturna quella dolce adolescente, tutta profumo! Ma anche questa relazione finì con qualche rancore forse motivato. Dopo un certo tempo, ovviamente, si fidanzò con un odioso conoscente e ne fui geloso. Sposò poi, a tempo debito, un altro e vive ancora felicemente con marito e figli. Non la vedo quasi mai.

 

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Un amore più profondo mi legò in seguito a Lidia, in concomitanza con una relazione - credo superficiale – di mio fratello con la sua “ maestra “.

Era un’adolescente minuta ma ben formata, come una donna adulta, molto carina anche di viso e piena di vitalità. L’amai, come ho detto, intensamente. La vedevo tutti i giorni, ma non frequenti e furtivamente programmati erano gli abboccamenti. Sono ancora vivi nella memoria i baci lunghi e mozzafiato che ci davamo, le effusioni, le carezze, i miei baci sulle mani e sulle braccia e, quando la confidenza e la complicità divennero piena intimità, l’apertura della sua camicetta e la mia foga sul suo petto e sui suoi seni turgidi e polposi. Arrossiva e ansava, ed io coglievo il momento per carezzare la sua farfalla e infilare le dita per cogliere il suo nettare e bagnarmi le labbra, prima di ulteriori profondi baci.

Fraintesi e incomprensioni, gelosie immotivate da parte mia, e,

infine, motivate da parte sua, ruppero l’incantesimo. Non ci incontrammo

più, anche perché lei andò via dal mio paese, che non era anche il suo. Ho saputo che vive in una grande città, felicemente sposata e con figli. Una sua parente asserisce che arrossisce ancora, quando tra loro capita di fare il mio nome. Ah, Lidia, Lidia, come ti ho amata! Il mio pensiero corre talora all’adorata Lidia di Carducci e alla Lina di Saba, e agli analoghi momenti felici trascorsi dai due poeti.

 

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Un amore quasi del tutto platonico, senza gran che di contatti fisici, mi legò nel primo anno di liceo – credo – ad Antoinette. Abitava allora in un appartamento al secondo piano, con balcone corrispondente a quello di casa mia. Era un’adolescente ancora del tuttto ingenua e romantica, timida, molto timida. Lo capii subito all’inizio della vicenda d’amore, quando, affacciati ai nostri balconi, se la guardavo con insistenza, la vedevo arrossire. I contatti, dunque, erano prevalentemente visivi, pochi quelli fisici e sporadici i bacetti. Alcune missive. Ciò era dovuto al fatto che era appena quattordicenne e al controllo asfissiante della famiglia, secondo una mentalità generalmente paesana, che un giorno costrinse il fratello maggiore a fermarmi per dirmi di lasciar stare la sorella, fin troppo piccola a quei tempi per allacciare una relazione amorosa. Non so se a torto o a ragione, mi sentiii profondamente offeso e, perciò, troncai – o troncammo? – quell’amore mal nato.

Apro una parentesi per dire che a quei tempi, per molti giovani, l’amore era una cosa seria, ma la rottura dei rapporti per cause molto varie, e non infrequenti, spinse a concepire una sorta di “ filosofia “ del “ chiodo scaccia chiodo “. I sentimenti erano per lo più sinceri, ma l’orgoglio era tanto e, perciò, per dimmenticare una rottura insanabile - o presunta tale – non c’era altro da fare che passare ad un altro corteggiamento – allora quasi sempre da parte del maschio – e aprire, quando la circostanza era favorevole, un altro capitolo d’amore, sempre vero e fiducioso. Alcune nuove amicizie e simpatie restavano tali, una sorta di amori possibili, ma mai effettivamente nati o tradotti in una vera e propria relazione. Innamoramenti da parte mia rimasti senza un seguito o senza una concreta “ corrispondenza d’amorosi sensi “ ci furono, ma il cuore era ugualmente caldo e il pensiero spesso si concentrava su adolescenti o giovinette di cui – in molti casi – la mente ricorda ancora il nome e per cui il cuore prova un pizzicore : Lucrezia, Palma con qualche bacio, Mary seconda, Mary la bionda, Giovanna…E tante simpatie mai dichiarate.

 

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Una sorta di “ amore per via “ fu quello con Giuseppina, viso ancora di fanciulla, oltremodo timida e tremante al tatto. Fu amore, ma durò pochi mesi, interrotto da non ricordo quale motivazione.

Intorno ai vent’anni, il mio romanticismo non venne meno, anche se l’urgenza dei sensi si faceva sentire maggiormente. Lo sperimentai prima con Lucy, poi con Dominique – le chiamavo così perche avevo sempre studiato il francese –.

Conobbi la prima in una festicciola da ballo in casa privata, com’era consuetudine maggiore in quegli anni attorno al Sessanta, quando il primo cinquantennio, quello delle grandi guerre e della parentesi fascista era ormai lontano e avanzava la modernità con l’industrializzazione, l’istruzione per tutti e l’emancipazione sociale.  Ma sia lei che la famiglia erano, come tante, più o meno all’antica. Perciò ci fidanzammo ufficialmente, anche se troppo giovani . Non avemmo rapporti prematrimoniali veri e propri, ma solo tanti baci, abbracci e furtivi assalti da parte mia alle sue parti più tipicamente femminili.

Non ricordo bene quali furono le cause della successiva rottura dopo alcuni mesi, ma la mia gelosia piuttosto morbosa la ricordo, perché nel frattempo cercava di conquistarla un giovane che poi, forse, proprio lui, la sposò e andò a vivere con lei in altro ambiente per ragioni di lavoro.

In ogni modo, il mio comportamento non fu corretto e, perciò, me ne rammarico e provo rimorso.

Forse ero a metà del mio corso di laurea, quando conobbi Dominique, anche lei universitaria, ma al primo anno.  L’amicizia si trasformò in rapporto amoroso quando lei stessa mi propose di aiutarla nella scansione metrica latina, parte integrante di un suo imminente esame. Galeotta fu perciò la circostanza che mise in moto la nostra reciproca attrazione e i primordi del nostro amore. Una mia permanenza a letto di tre giorni, per una forte influenza, valse ad intensificare il nostro sentimento e la fisicità dell’amore.

Lei non era inesperta, perché proveniva da una esperienza con un giovane che io conoscevo , ma non stimavo e giudicavo un amante dell’avventura, sfacciato e spudorato.  Sì che, quando lei faceva la ritrosa, mi veniva spontaneo pensare che, certo, non lo era stata col precedente fidanzato, e perciò alla gelosia si associava tanta rabbia.

In verità io cercavo la donna della mia vita e a quei tempi tanti di noi giovani aspiravano ad incontrare una donna più giovane e illibata o presunta tale. Lei doveva conoscere il vero amore, quello fatto di cuore e di sesso, solo con l’uomo che l’avrebbe impalmata e costruito con lei la futura famiglia.

 

 

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Pur essendo ancora laureando, allora insegnavo in una sezione staccata di scuola media del paese di nascita di mia madre e avevo stretto un’amicizia intima con un collega, pure laureando, che insegnava nella sede centrale di quella scuola.

Talora mi parlava di alcune belle ragazze di quella sede scolastica. E quando salii sul pullman che ci avrebbe portato in gita scolastica in quel di Fasano ed Alberobello mi resi subito conto che era vero.

Ma una sola mi fulminò con la sua bellezza di viso e formosità di corpo.  Aveva sedici anni –l’età mitica per le donne – e perciò era un’adolescente in piena fioritura, che frequentava la terza media, anche se aveva già il Diploma di Avviamento. Inoltre, era molto allegra e si divertiva un sacco con le compagne , soprattutto nel ballare il “ twist “, allora tanto di moda.

La contemplai di nascosto e non osai abbordarla sia perché era timida e riservata con gli sconosciuti – ed io ero tale, anche se docente di quella scuola – sia perché il collega mi aveva avvertito ch’ella era nipote di un nostro collega più anziano. E poi ero comunque docente della scuola da lei frequentata e non potevo correre rischi di qualunque genere.

Nei mesi successivi, non riuscivo a togliermela dalla testa, tanto che mi confidai con una cara collega, ch’era sua insegnante di Educazione fisica e molto intima con lo zio.  Mi aveva in forte simpatia e aveva capito che io ero follemente e seriamente innamorato della ragazza.

Intanto, era andata svanendo la mia relazione con Dominique, lei infastidita dalla mia gelosia retrospettiva, io ormai invaghito della bellissima Rosangela, così giovane e pura, mio sogno di futura compagna della mia vita, oggetto di un profondissimo amore, unico, esclusivo, non rimpiazzabile in alcun modo.

La pensavo in ogni momento della giornata, la sognavo di notte, la sognavo ad occhi aperti. Oh, come l’amavo, anche se lei non lo sapeva ancora!

Forse perché mi stimava molto e aveva finito col volermi bene, perché – d’altronde – era legata da fortissima amicizia con lo zio – come prima ho detto – e voleva un sacco di bene alla “ piccola “ Rosangela, la collega “ Seppina “ pensò bene, a fine anno scolastico, di facilitare il nostro primo incontro, preventivamente informandone gli zii della ragazza e comunicando alla stessa ch’io ero pazzo d’amore per lei e avevo intenzioni serie.

Al suo esame di terza media, fui commissario di lettere : anziché rimandarla in materia scritta e orale, il consiglio propose di rimandarla in Storia. Così , d’estate, potei vederla spesso e studiare con lei il programma svolto dal suo insegnante.

Oh, i primi baci su quella bocca profumata e vellutata! E tante carezze sul viso e baci sulle mani

Nel mese di settembre dovemmo – ahimè! -  separarci, perché fui chiamato come supplente dalla scuola media di Bernalda. Ma potei vederla ogni fine settimana, quasi sempre e a casa dei suoi genitori a Salandra. Non contento, le scrivevo anche delle lettere appassionate d’amore e di nostalgia : volevo vederla ogni giorno!

 

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Nell’estate del ’64, non ricordo quando esattamente e non volevo ricordarlo per il gran dolore – per una serie di motivi ( l’ostilità latente dei miei, la mia gelosia immotivata, qualche mia sgarbatezza…) litigammo.  Pensavo che ce l’avrei fatta a dimenticarla.

Ma non fu così; la pensavo, invece, costantemente, mi tornava in mente il suo viso bello, i suoi occhi dolci, il suo corpo perfetto, le sue gambe affusolate e tornite, lucenti di giovinezza.  Ero sempre triste e talora percorrevo i primi chilometri , in macchina, sulla strada che portava al suo paese, con la nostalgia struggente in cuore.

Intanto seppi che era entrata in Collegio in Molise. Pensai fosse Campobasso la sede ov’era andata a frequentare il primo anno di Scuola Magistrale. Perciò approfittai, in pieno inverno, di un viaggio in pullman offertomi dal fratello del mio amico più caro e, giunto a Campobasso, sostai al cancello del Collegio, ma non vidi la mia Rosangela tra le allieve in divisa che uscivano non so se a passeggio.

Non avrei mai potuto rivederla – oh, quanto lo desideravo! – semplicemente perché lei stava studiando a Boiano e non a Campobasso.

Nei mesi successivi gli amici Tonio e Vincenzo cercarono in tutti i modi di farmi distrarre. Ma io non riuscivo ad accendermi in compagnia di adulte e ragazze che simpatizzavano per me e forse speravano in una relazione normale d’amore.

 

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Dopo tanti mesi di tristezza estrema, all’inizio della nuova stagione estiva, non potendone più di vivacchiare senza amore, riallacciai una cara amicizia con una collega universitaria conosciuta qualche anno prima. Si avviò, quasi naturalmente, una relazione amorosa, perché entrambi reduci da un fidanzamento andato in frantumi, sia pure per motivi diversi, essendo diverse le situazioni.

Lei, sostenendo ogni tanto esami universitari di Lettere, era impiegata INPS della sua città e, perciò, normalmente non ci vedevamo. Ne soffriva, ne soffrivo anch’io, sia pure meno intensamente, perché continuavo a pensare alla mia Rosangela.

Ma mi sentivo solo e avevo bisogno di coccole.  Una sera di particolare malinconia e solitudine, le telefonai d’impulso. Siccome anche lei aveva lo stesso stato d’animo, le proposi a bruciapelo : - Che ne dici, vengo a trovarti? - .

Non mi fece ripetere la domanda : - Vieni subito, non ne posso più, voglio rivederti.  Se parti col treno, vengo a prelevarti con l’auto a qualunque ora -.

-         Sì, grazie, mi fai felice.  Parto col primo treno -.

Giunsi verso la mezzanotte, mi presentò al padre, una persona squisita, colta e di larghe vedute che, volendo la felicità della figlia, mi accolse con gentilezza e contenuto calore.

Soggiornai alcuni giorni in città, ospite di casa loro, presto ben voluto dalla madre, dalla nonna e, particolarmente, dal fratellino. Furono giorni felici, a casa, in ispiaggia o in escursione nella città e nei dintorni. Quando soli, ci sbaciucchiavamo, ci stringevamo e, nonostante lei fosse timida e ritrosa, qualche volta riuscivo a vincere le sue resistenze, lei si abbandonava e facevamo l’amore come meglio potevamo, senza mai avere l’opportunità logistica di andare fino in fondo.

Mary era raggiante di felicità, mi baciava con trasporto e si fidava ciecamente dei miei sentimenti. Io mi sforzai di convincermi che l’amavo veramente e che avrei volentieri costruito con lei una relazione d’amore stabile e, col tempo, convivere, o meglio, sposarci, come supponevano che sarebbe avvenuto i suoi familiari.

Finita la vacanza spensierata che ci aveva uniti come due normali fidanzati protesi verso un avvenire di coppia felice, in procinto di metter su famiglia, lei tornò al lavoro, io alle lezioni private a casa mia.

Di rado, ma ci vedemmo nella nostra sede universitaria. Essendo per natura geloso, qualche volta la tormentai : una prima volta mentre stavamo in un ritrovo giovanile, dove credevo che lei non disdegnasse di guardare gli altri giovani;  qualche altra volta quando parlavamo di noi ed io provavo una sorta di gelosia retroattiva se la costringevo ad accennare al suo precedente fidanzato, collega suo di lavoro, ch’io presumevo fosse ancora nello stesso ambiente.

E fu proprio questa specie di rabbia e di ingiustificato risentimento uno dei motivi pretestuosi per cui, vigliaccamente, un giorno la lasciai in tronco.

Ma la verità più profonda era che io non riuscivo a dimenticare la mia Rosangela, anche perché proprio in lei vedevo l’ingenuità e la purezza, l’assenza di precedenti rapporti fisici. Non riuscivo a cancellare dalla mente la sua immagine ricorrente, il suo bel viso di madonnina, il suo corpo stupendo.

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Alla fine di settembre del ’65 seppi per caso ch’era tornata per alcuni giorni dagli zii.

Non ce la facevo più, telefonai, rispose lei. L’assalii con un diluvio di parole, percepii chiaramente dai suoi monosillabi che anche lei mi amava ancora, le chiesi se potevo rivederla di persona. Mi disse un “ sì “ tra i denti.

Volai e fui da lei, che aveva gli occhi lucidi e la voglia sincera di riabbracciarmi.  Avevamo sofferto abbastanza, entrambi, per più di un anno! Lei, forse, anche più di me, se è vero, come mi accennò in seguito, che s’era fatto avanti nel corso di quell’anno qualche serio aspirante alla sua mano, a cui non aveva voluto dare alcuna speranza.

Oggi, particolarmente, che son ultrasettantenne, ma qualche volta anche in passato, quando ripenso al dolore causato, per la mia gran parte di colpa, sia alla donna della mia vita, Rosangela, sia alla dolce e buona , incolpevole Mary, sento che il cuore mi grida le stesse parole del Pascoli nella lirica “ La tessitrice “ -Come ho potuto? -. E, al ricordo, il cuore mi sanguina per il rimorso. E, col Montale, dico loro : - Mi getto ai vostri piedi e attendo il vostro improbabile, ma certamente stentato, perdono -.E senza dubbio sono le colpe più gravi, e strazianti, della mia esistenza.

 

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Rosangela non tornò a studiare a Boiano, anche perché io ebbi l’insegnamento nel suo paese e fui ospitato a casa sua. Che gioia, dopo un anno di sofferenza e struggente nostalgia, poterla vedere ogni giorno e condividere tutto, tranne il letto!

Di giorno, nei rari e occasionali momenti di assenza di occhi indiscreti, dirle che l’amavo alla follia, accarezzarla, baciarla, stringerla a me e tentare furtivi altri gesti e approcci, anche se lei era sempre sul “ chivalà “.

Ricordo, tra l’altro, che mentre mi preparavo per sostenere l’esame di abilitazione all’insegnamento di materie letterarie, mi ammalai di seria influenza catarrale con febbre; stetti a letto alcuni giorni e lei, tutta apprensiva e dolce, mi fece spesso compagnia nella cameretta in cui dormivo, talora mi teneva per mano, mi accarezzava la fronte, mi dava sbrigativi bacetti.

Non mi stancavo mai di guardarla e accarezzarla a mia volta sulle mani, sulle braccia, sul viso, sulla bocca e, molto raramente, sul seno.  Vita mia, come ti amavo e ti amo ancora! Mi sembrava di aver iniziato a convivere con te, pur nella condizione di fidanzati e innamorati pazzi!

 

 

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L’anno successivo ebbi la nomina triennale a Gravina, paese mio natale.

Anche per vederci più agevolmente, Rosangela venne a frequentare il secondo anno di scuola magistrale a Matera, dimorando a pensione nei pressi della Stazione Centrale.

Certo, un po’ di rammarico c’era, perché ci eravamo abituati a vivere sotto lo stesso tetto e a vederci ogni giorno – il desiderio più grande di tutti i veri innamorati! -.

Perciò, quell’anno, non vedevamo l’ora di incontrarci, al di fuori dell’orario e degli impegni scolastici.

Ricordo che ero oltremodo geloso, perché lei stessa mi diede ad intendere di avere alle calcagna qualche aspirante seccatore.

La gioia di stare alcune ore insieme, soprattutto in macchina sotto casa, bastava a mala pena a consolarci della perduta convivenza.

Anche per questa ragione, maturò dopo pochi mesi la decisione di sposarci al termine dell’anno scolastico ed entrambi avviammo il disbrigo delle pratiche preparatorie; e ci fu fissata come data il 22 luglio p.v.  Era l’anno solare 1967! Passammo per tutta la trafila consueta delle parrocchie, della sala, del vestito bianco e quant’altro.

Lei aveva vent’anni, io quasi otto in più di lei, ma ci amavamo, ci amavamo come non mai. Mi intromisi ben poco nei preparativi, condotti da Rosangela e dalla madre;  mio compito fu quello di prenotare, sempre a loro piacimento, l’appartamento in fitto a Gravina e il mobilio più importante, in particolare la stanza da letto e da pranzo, il salotto e il mini studio, la cucina.

Sfortuna volle che le reti del letto matrimoniale non furono portate in tempo dal mobiliere, sì che la prima notte di nozze dormimmo sui materassi appoggiati per terra – credo che non capiti a molti! –

Ma fu egualmente bella e indimenticabile, nonostante la stanchezza della giornata, soprattutto in sala, e nel viaggio in macchina da Salandra a Gravina.

A stento Rosangela, ormai la mia Rosangela per sempre, aveva cercato di contenere l’impulso di commozione;  io sembravo serafico, ma in realtà ero frastornato durante tutto il giorno.

La notte, oh quella prima notte che sempre ritorna alla mente,

in cui, dismessi gli abiti da novelli sposi, ebbe luogo il sonno più dolce della mia vita, intervallato da sempre nuovi amplessi, consumati per la prima volta senza remore e occhi indiscreti! Allora era frequente che la donna giungesse illibata all’altare dell’amore!  Era più bello di quanto oggi non avvenga se non a pochi eletti!

 

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A settembre ebbi il primo incarico di presidenza di scuola media a Miglionico, pur continuando a svolgere la funzione di docente. Per molti mesi il lavoro fu appesantito dal fatto che viaggiavo dalla sede di residenza a quella di servizio. Ma non mi pesava, perché quasi tutti i pomeriggi potevo stare con l’amor mio e protrarre la “ luna di miele “

Dopo il quarto mese dalle nozze, Rosangela rimase incinta, rendendo ancor più felice la nostra vita insieme.

Gli ultimi tre mesi dell’anno scolastico, per stare più tempo con me e per evitarmi la fatica del viaggio, Rosangela, timorosa anche di stare da sola con l’inoltrarsi della gravidanza, volle stare a pensione a Miglionico, coccolata dalla padrona di casa,per la sua bellezza e dolcezza esaltata dalla sua condizione di gestante.

Nell’ultimo mese prima del parto, la gravidanza ebbe qualche complicazione, ma grazie a Dio tutto andò liscio o quasi bene al momento del parto, quando venne alla luce , il 22 agosto

’68, il nostro primo fiore, Domenico, che prese il nome di entrambi i nonni, paterno e materno.

La nostra felicità e quella dei suoi genitori fu al culmine.

Rosangela seppe fare la “ dolce mammina “ fin da subito, sia pure consigliata e aiutata dalla madre, Maria.

 

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L’anno scolastico successivo ’68-’69 tornai ad insegnare a Gravina, perché la sede di Miglionico fu assegnata a un preside pugliese di ruolo, vincitore dell’ultimo concorso, il compianto ing. Niglio.

Non mi dispiacque, perché potei godermi appieno il calore della mia giovane famigliola e coccolare, nel contempo, mia moglie e mio figlio, essendo vicinissime casa e scuola media  “Santomasi “.

Eravamo una coppia molto felice, anche perché Rosangela si era adattata, com’è sua costante virtù, all’ambiente di paese, non fosse altro perché era l’ambiente del suo amato.

Ma io ero anche ambizioso sul piano professionale e, così, principalmente per questo motivo, cioè per la possibilità di passare al “ Superiore “, ci trasferimmo a Matera e dal ’69 insegnai Lettere nella Scola media “ Torraca “.  L’anno successivo, su mia richiesta, fui “comandato” presso l’Istituto Tecico Agrario e, ultimo anno di insegnamento, presso il  Liceo – ginnasio  “ Duni “.

Intanto, dopo appena otto mesi dalla nascita del primo figlio, Rosangela rimase incinta per la seconda volta.

Il 21 dicembre del ’69 nacque la nostra Francesca – nome di mia madre, morta appena cinquantenne. L’evento intensificò la nostra felicità per aver coronato il sogno che nutrono tanti genitori giovani come noi eravamo : avere la coppia, un maschio e una femminuccia.

Ovviamente, nei primi tempi Rosangela si dedicava maggiormente alla neonata, io al primogenito.

In seguito la bambina si affezionò morbosamente anche al papà, come di solito capita.

Nell’anno scolastico ’72 – ’73, ebbe inizio la lunga serie di anni di presidenza di scuole medie. Come prima sede di incarico mi fu assegnata la media di Valsinni e in più la reggenza della media di S.Giorgio Lucano. L’anno successivo, per via di un movimento a catena, ebbi come assegnazione la media si Rotondella. Nell’a.s. ‘74-’75 tornai a Valsinni, dove permanevo di casa, benvoluto ancor più dai colleghi e dal personale di segreteria.

Intanto devo dire che fu proprio Rosangela a voler trasferire il nucleo familiare per tre anni consecutivi a Valsinni, il piccolo paese della poetessa del Cinquecento Isabella Morra, per non separarsi da me e allevare congiuntamente i nostri due pargoli. Per restare uniti, la mia dolce metà, mi avrebbe seguito fin in capo al mondo! Da parte mia mi evitai la struggente nostalgia e la insopportabile solitudine cui sarei andato incontro se fossi stato solo, a pensione, nella sede di servizio. Sentimenti che avevo già provato quand’ero a Bernalda e che comunque riprovai per una quindicina di giorni mentr’ero ad Ostuni per un corso di aggiornamento, anche se godevo della piacevole compagnia di intimi amici.

Vivemmo anni felici per l’ntenso amore che ci legava e per le gioie incomparabili che ci davano i due piccoli. Senza dire che eravamo tutti ben voluti nel piccolo ambiente di paese, tanto che ancora oggi proviamo nostalgia e ci fa immenso piacere rivedere

gli amici più cari.

Nel ’75 chiesi e ottenni il trasferimento a Nova Siri, col vantaggio di avere il mare più vicino per l’estate e una strada più corta e agevole, quando quasi ogni settimana dovevamo trascorrere il week-end dai miei suoceri a Salandra, cui volevamo tutti e ci volevano un gran bene.

 

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Ancora un lieto evento nel ’76 rinsaldò il nostro rapporto d’amore : nacque il terzogenito, Mario, nell’ospedale di Policoro.

I fratellini lo accolsero con immensa gioia e lo coccolarono da subito. Per amore della famiglia e per suo carattere, Rosangela provvedeva a tutto e si sforzava di non pensare ai piccoli e grandi malesseri che pure di tanto in tanto la preoccupavano. Infatti non aveva una robusta costituzione e temeva per le malattie, vere o immaginarie che fossero.

Da parte mia, non facevo che rassicurarla, come fanno certamente la maggior parte dei mariti devoti e fedeli, e, come meglio potevo e sapevo o mi lasciava fare, l’aiutavo, nei molti pomeriggi liberi da impegno scolastico. Soprattutto badavo ai tre pargoli di casa, li accompagnavo a scuola e, quando il tempo era clemente, li portavo in giro o al fiume Sinni.

Dopo quattro anni trascorsi felicemente a Nova Siri, tornammo a Matera, assegnatami come sede di titolarità di docente di Italiano e Latino presso l’Istituto Magistrale “Stigliani”.

Ma già l’annno scolastico successivo, l’’80 – ’81, tornai a fare il preside di scuola media come titolare. E fu così che feci la spola tra Miglionico e Matera, tra sede di servizio e sede di residenza, ove abitammo ancora in appartamento in fitto, fino all’’83, quando effettuammo l’ultimo trasloco della nostra famigliuola, sempre girovaga fin allora, in un appartamento finalmente di proprietà in zona Nord di Matera.

Fu anche questa conquistata stabilità a rafforzare il nostro amore coniugale e a farci vivere intensamente anche sul piano sentimentale – sessuale, dato che eravamo entrambi ancora fiorenti di giovinezza.

Nell’’85 comprammo, anche con stipula di mutuo, un appartamento sufficiente per tutta la famiglia, suoceri compresi, in zona residenziale a Metaponto borgo, ove da allora tracorriamo buona parte delle vacanze estive.

Rosangela, che nel frattempo aveva frequentato un corso triennale di scienze religiose e aveva conseguito il relativo diploma di innsegnamento, cominciò a svolgere il duplice lavoro di insegnante di religione catttolica nelle scuole medie di Ferrandina e Matera – poi solo a Matera presso l’IPSIA – e di madre di famiglia tuttofare ( cura della casa, dei figli e del marito).

Fortunatamente il più piccolo dei figli stava frequentando la scuola elementare, mentre i più grandicelli frequentavano i licei ; così, almeno al mattino, l’angelo del focolare domestico poteva uscire di casa per andare al lavoro.

Se da un lato Rosangela aveva modo di distrarsi dalla routine casalinga e di allacciare rapporti sociali più allargati, almeno con le nuove amiche intime, d’altro canto si sottoponeva allo stress di una vita più frenetica  e doveva curare, più che in passato dedito solo alla famiglia, la propria persona e il proprio abbigliamento.

Così, anche a fine setttimana, come ogni sera del resto, risentiva della stanchezza accumulata e facilmente, dopo qualche ora dalla cena, non riusciva più a seguire i programmi televisivi e piombava in un sonno profondo e ristoratore.

L’intimità coniugale cominciò a rarefarsi e i rapporti sessuali a diradarsi, anche perché mia moglie era ossessionata dal timore di rimanere ancora una volta incinta ed escludeva quasi tutte le modalità di contraccezione.

Anche la frequentazione di un gruppo di coppie che seguiva la pastorale familiare contribuì, sotto l’influsso del pensiero teologico di Paolo VI sui rapporti matrimoniali, rigorosamente riportati nell’alveo delle finalità precipue del matrimonio religioso, a far irrigidire la mia compagna, specie dopo la morte prematura e improvvisa del caro padre, quando lei era ancora sotto i cinquant’anni.

A complicare ulteriormente le cose, si aggiunse la frequenza di un “ training autogeno “ in occasione di un approfondimento degli studi presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose, distaccato a Potenza-Matera, che le valse il conseguimento del titolo accademico di “ Magistero in Scienze reeligiose “.

Più di una volta mi ha detto che quel training le è servito per affrancarsi definitivamente dalla soggezione all’autorità genitoriale sofferta in età adolescenziale e, di riflesso – a suo dire – da quella maritale. Misteri delle complicazioni muliebri!

Fatto sta che negli ultimi quindici anni – più o meno – mi è sembrato che “ vanisse “ sempre più l’amore coniugale fatto di sentimento, di affetto, ma anche di complicità e sessualità, per lasciare il posto solo all’affettto, al bisogno di compagnia e di punti di riferimento, specie nell’educazione dei figli e nel loro cammino di studi e preparazione al lavoro, quando ancora sembrava pacifico che il lavoro qui al Sud prima o poi sarebbe arrivato per tutti e tre i figli.

E Rosangela ha assunto sempre più – come del resto è nel destino di quasi tutte le mamme non più giovani – il ruolo di mamma – chioccia, sempre trepidante per i figli e, negli ultimi anni, anche per i nipotini sopraggiunti, che anche a me, comunque, danno commozione e immensa gioia nel vederli crescere fisicamente e mentalmente , com’era accaduto coi nostri figli anni fa.

Intanto, passano non solo gli anni, ma anche i lustri e i decenni e il mio bisogno di amore e di complicità coniugale resta, senza speranza di appagamento.  Nemmeno l’illusione che qualcosa possa cambiare sopravvive, sì che non mi resta che vivere gli ultimi anni a me concessi dal Cielo, coltivando, almeno nei ritagli di tempo non assorbiti dalla famiglia ormai allargata, la passione giovanile per la letteratura, poesia e narrativa in primis.

E ciò anche per non pensare alle malattie e agli acciacchi del tramonto di una vita – come è del resto per la generalità degli umani in questo esilio terreno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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